X Convegno AMEI

    Tra il 5 e il 7 novembre 2015 si è tenuto nella splendida cornice di Palermo e Monreale il decimo convegno AMEI sul tema dei musei ecclesiastici di fronte alla sfida del contemporaneo.

    Qui alcune riflessioni dopo il convegno:

    Premessa

    Il X Convegno Amei, dal titolo I musei ecclesiastici di fronte alla sfida del contemporaneo, si è svolto dal 5 al 7 novembre 2015 a Palermo e Monreale. L’idea di dedicare un convegno alla produzione artistica contemporanea è scaturita dal forte interesse suscitato da Jérôme Cottin nel corso dell’VIII convegno Amei tenutosi a Trento; il suo intervento ci ha fatto riflettere sul fatto che l’opera d’arte contemporanea, inserita in un contesto museale, può fungere da ponte in grado di unire sensibilità diverse, religiose e non. Nella convinzione che Cottin avesse ragione, abbiamo ritenuto opportuno affrontare un tema certamente non facile, ma necessario.

    Inoltre la scelta del tema si lega strettamente al progetto Musei in rete 2014-2015 proposto da Amei ai propri associati, invitati a promuovere iniziative connesse a due importanti eventi ecclesiali: il 450° anniversario della chiusura del Concilio di Trento (1563-2013) e il 50° anniversario del Concilio Vaticano II (1962 - 1965), snodi fondamentali in relazione al rapporto tra arte e fede, con effetti e conseguenze significative per la produzione artistica e architettonica, passata e presente.

    Gli iscritti al convegno palermitano sono stati 122 ( ai quali si sono aggiunti parecchi studenti universitari), un numero certamente inferiore a quello registrato nelle due precedenti edizioni di Trento (2011) e Assisi (2013).

    Ci siamo interrogati sulla tiepida accoglienza riservata al convegno siciliano, attribuendola da una parte al tema scelto, ancora forse poco presente tra le priorità che i nostri musei hanno individuato come proprie, dall’altra alla lontananza della sede e al conseguente impegno economico che la trasferta avrebbe comportato. E’ possibile infine che anche la vicinanza al Convegno ecclesiale di Firenze possa avere influito. Nonostante un’adesione inferiore alle aspettative, riteniamo tuttavia che il convegno sia da annoverare tra i più interessanti e meglio riusciti della storia di Amei. Misurarsi con il contemporaneo fa parte di ogni singola esistenza. Un museo non può sottrarsi a questo confronto, soprattutto in questo preciso e assai complesso momento storico.

     

    I contenuti del convegno

    La relazione introduttiva di Mons. Giancarlo Santi, Past President di Amei, ha dato conto delle numerose realtà museali ecclesiastiche specializzate (ben 16) che, su impulso del Concilio Vaticano II (1962 – 65), sono sorte riunendo collezioni di arte contemporanea; negli ultimi cinquant’anni altri musei hanno associato alle raccolte di arte antiche opere di artisti contemporanei o hanno attivato iniziative connesse al contemporaneo; mons. Santi ha inoltre segnalato un certo numero di incarichi da parte di committenti ecclesiastici ad artisti di chiara fama, nonché la presenza della Santa Sede con un proprio padiglione alla Biennale di Venezia nel 2013 e nel 2015. Il problema, già evidenziato da Paolo VI, del difficile rapporto tra la produzione artistica del nostro tempo e i temi cari alla Chiesa è rimasto sostanzialmente irrisolto; di qui il tentativo di riaprire il dialogo con gli artisti, esigenza espressa anche da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e da papa Francesco.

    La relazione di Domenica Primerano, attuale Presidente Amei, ha inteso evidenziare anzitutto la difficoltà di approccio ad un’arte dinamica, instabile, spesso autoreferenziale, qual è quella contemporanea, che inevitabilmente porta con sé perplessità o incomprensioni. Un’arte che non risponde a criteri e convenzioni consolidate, risultando dunque poco “riconoscibile” e difficilmente praticabile. Di qui la preferenza per una produzione che riprende forme, linguaggi e schemi iconografici del passato, molto lontani dalla sensibilità del nostro tempo. L’urgenza di individuare un percorso comune di crescita, nel quale incamminarsi, affida ai musei ecclesiastici una nuova responsabilità. I musei devono infatti attrezzarsi per diventare laboratori, cantieri di sperimentazione. Gli ‘attrezzi’ necessari sono la disponibilità a mettersi in gioco; uno sguardo capace di sollevarsi oltre i recinti disciplinari, culturali, etnici, religiosi; la curiosità; la pazienza: la formazione; il recupero della capacità di ‘guardare’; le ‘buone pratiche’ dalle quali prendere spunto. Tre le direzioni di prendere: lavorare perché si possa ricomporre un progetto culturale che metta al centro la tensione verso la trascendenza, l’assoluto, la necessità di bellezza, il sacro, la spiritualità, la conoscenza, ma anche la tradizione quale coscienza critica delle proprie radici; sviluppare una profonda riflessione sull’immagine destinata al culto e alla preghiera, intrecciando corrette relazioni tra produzione antica e contemporanea; aprire i musei alle tensioni, alle contraddizioni del nostro tempo, accettando la contaminazione tra arte e quotidianità.

    Don Gianmatteo Caputo, direttore dell’Ufficio per la Pastorale del Turismo e BB.CC. Patriarcato di Venezia e direttore del Museo Diocesano di Venezia, ha messo in evidenza la necessità da parte dei nostri musei di individuare un nuovo linguaggio museologico capace di far meglio comprendere al visitatore il ‘senso’ delle opere esposte, recuperando il valore originario dell’esperienza che l’ambiente offriva, il contest specific. Ha quindi illustrato l’attività svolta a Venezia, in collegamento con le edizioni della Biennale, nella realizzazione di installazioni site specific in alcune chiese veneziane, evidenziando gli elementi che devono connotare l’azione dei responsabili ecclesiastici che, entrando nel processo artistico tramite un confronto consapevole con gli artisti, assumono di fatto il ruolo di committenti. Il relatore ha quindi illustrato ai convegnisti il processo che ha condotto alla realizzazione di opere di Bill Viola, Lech Majevski, Ai Weiwei, Anish Kapoor, Patricia Cronin in edifici ecclesiastici, chiarendo il significato delle opere in relazione al luogo di culto che le ha ospitate.

    Don Giuliano Zanchi, segretario generale della Fondazione Bernareggi di Bergamo, ha parlato della sperimentazione avviata dal 2007 nell’oratorio di San Lupo a Bergamo, una piccola chiesa costruita nel 1734 da Ferdinando Caccia. Rimasta priva di officiatura, la chiesa è stata data in gestione al museo diocesano di Bergamo, rivelandosi uno spazio ideale per istallazioni di arte contemporanea. Scontrandosi spesso con l’incomprensione della comunità cristiana locale, le iniziative promosse hanno cercato di legare le forme artistiche del nostro tempo con la sensibilità del mondo credente, nella convinzione che essa debba fare i conti con la cultura contemporanea. Il tentativo che i musei ecclesiastici oggi devono compiere è infatti quello di riattivare tutti quei processi che permettono di nuovo l’incontro tra la grandezza di senso che la coscienza cristiana continua ad avere dentro di sé, e la grandezza dei processi estetici che sono in evoluzione, con cui bisogna produrre incontri sempre nuovi perché anche la coscienza credente diventi attuale e non semplicemente a sua volta testimone passiva di un passato che non c’è più.

    Micol Forti, direttrice della collezione Arte Contemporanea dei Musei Vaticani, ha ripercorso il cammino che ha condotto alla formazione della raccolta. Ha ricordato il famoso discorso di Paolo VI agli artisti riuniti nella Cappella Sistina: fu questo incontro a porre le basi per la creazione di un nuovo museo di arte contemporanea da includere nel tessuto storico dei Musei Vaticani. Paolo VI chiese aiuto a tutti i presenti e fu il primo passo concreto verso la riapertura di un dialogo, interrotto, come lui stesso disse, “dalla pigrizia, dall’ignoranza e dall’attaccamento alla tradizione visto come fissa ed inamovibile”. Micol Forti ha inoltre illustrato il percorso che ha condotto alla realizzazione del padiglione della Santa Sede alla Biennale d’Arte di Venezia del 2013 e del 2015. Fu il Cardinal Ravasi, nel 2007 nominato da Papa Benedetto XVI presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, a proporre la realizzazione di un padiglione per la partecipazione del Vaticano alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. Micol Forti ha precisato che nessuna delle opera prese in considerazione per la realizzazione del padiglione, in entrambe le edizioni, ha avuto carattere liturgico: l’obiettivo infatti era quello di aprire la porta ad un dialogo con gli artisti, senza chiedere loro quale fosse la loro religione, il loro credo. Sono stati proposti loro testi sacri come spunto di partenza per una riflessione e una discussione comune, ottenendo risultati sorprendenti.

    P. Andrea Dall’Asta S.J., ha illustrato l’attività della Raccolta Lercaro di Bologna e della Galleria San Fedele di Milano, di cui è direttore, evidenziando il ruolo di ‘laboratorio’ che esse hanno assunto nel corso degli anni; un laboratorio, fondato sulla commissione e sull’accompagnamento degli artisti. L’esito di questo percorso, in un confronto tra arte antica e contemporanea, si è espresso attraverso alcuni interventi nella chiesa di San Fedele, dove sono state collocate opere contemporanee di Jannis Kounellis, Claudio Parmiggiani, Sean Shanahan, Mimmo Paladino, David Simpson, Nicola de Maria, Ettore Spalletti, ideate per un cammino condiviso di arte e fede, con gli artisti che ne sono stati artefici. Padre Dall’Asta ha ribadito che, a suo giudizio, la vera sfida oggi non consiste semplicemente in una riflessione sull’arte sacra, aspetto ampiamente affrontato nel XX secolo, anche da diverse istituzioni ecclesiali sin dagli anni ‘50, ma in un’attenta considerazione della dimensione liturgica, oggi troppo trascurata. Ha rilevato infatti come l’arte presente nelle nostre chiese, tranne alcuni sporadici casi, appaia al di fuori dei dibatti culturali e spirituali del nostro tempo, distruggendo spazi antichi e contemporanee con proposte discutibili e imbarazzanti; per questo, come ribadito anche da Papa Francesco, diviene sempre più necessario elaborare nuove forme e nuovi simboli che traducano le esigenze spirituali dell’oggi, che propongano cammini di redenzione assumendo le lacerazioni e le contraddizioni dell’uomo contemporaneo.

    Paolo Bolpagni, dell’Università degli Studi eCampus, ha illustrato la Collezione Paolo VI di Concesio, quale testimonianza dei personali rapporti di amicizia e dialogo con gli artisti del proprio tempo intrattenuti e sollecitati da Paolo VI, e traccia di un’originale ricerca verso una via pulchritudinis consapevolmente moderna. Pervenuta tramite vari lasciti (disposti prevalentemente da monsignor Pasquale Macchi, già segretario particolare di Paolo VI), la collezione, gestita dall’Associazione Arte e Spiritualità, consta di circa 7.000 opere: vi sono rappresentati protagonisti assoluti del Novecento italiano e internazionale come Henri Matisse, Marc Chagall, Pablo Picasso, Salvador Dalí, René Magritte, Erich Heckel, Oskar Kokoschka, Gino Severini, Mario Sironi, Giorgio Morandi, Felice Casorati, Georges Rouault, Jean Guitton, Emilio Vedova, Hans Hartung, David Hockney, Lucio Fontana, Giò e Arnaldo Pomodoro… Aperta al pubblico nel 1988, la raccolta è stata trasferita nel 2009 nella attuale sede espositiva di Concesio, nei pressi della casa natale di Paolo VI.

    Giovanna Cannata, Vicepresidente AMEI, ha relazionato circa i risultati dell’indagine conoscitiva promossa da AMEI in occasione del convegno per verificare la presenza e consistenza di collezioni di arte contemporanea nei musei associati e le iniziative attivate per aprire la riflessione su questi temi.

    Alessandra Galizzi, dell’Università degli Studi di Trento, ha presentato due musei tedeschi, il Kolumba di Colonia e il museo del Duomo di Würzburg, che si contraddistinguono per essere stati fra i primi ad abbandonare la presentazione delle opere secondo i consolidati criteri di divisione per cronologia e per scuole, proponendo invece l’accostamento di arte antica e arte contemporanea. Entrambe queste istituzioni sostengono che l’accostamento di oggetti che appartengono a epoche diverse, ma che condividono alcuni aspetti formali o iconografici, può risultare tanto inaspettato quanto stimolante: se ben “orchestrato”, esso infatti induce il visitatore a riflettere su importanti questioni estetiche, teologiche, esistenziali.

    Peter Keller, direttore Dommuseum di Salisburgo, ha presentato le iniziative di arte contemporanea attivate a partire dal 2003 presso il museo che dirige. Ha poi illustrato le iniziative dei musei diocesani di Freising e Vienna, quest’ultimo in fase di ristrutturazione. Nella sua esposizione ha posto al centro il problema della definizione di ‘qualità’ riferita all’arte contemporanea: ci si può limitare a un giudizio legato al gusto personale, o sono altri i parametri da mettere in campo?

    Dominique Dendraël, Conservatrice du Musée du Hiéron, Paray-le-Monial, e Madeleine Blondel, Direttrice onoraria del museo d'Art sacre et de la Vie bourguignonne de Dijon, hanno anzitutto illustrato il contesto giuridico francese, ovvero la netta separazione tra Chiesa e Stato stabilita nel 1905. Hanno quindi proposto più esempi di sperimentazioni, effettuate dal dopoguerra a oggi, con inserimenti di opere contemporanee in antichi luoghi di culto, oppure con adeguamenti liturgici e installazioni temporanee, che spesso hanno suscitato un acceso dibattito. L'arte contemporanea ha avuto un ruolo fondamentale anche nella creazione di alcuni musei ecclesiastici (Lilla, Evry) ed è divenuta, nel caso del Museo du Hiéron di Paray-il-Monial, il mezzo principale per riattivare l’interesse nei confronti del sacro. In conclusione, le relatrici hanno osservato che in Francia si nota una maggior consuetudine al contemporaneo rispetto all’Italia, ma risulta viceversa più debole la relazione con i temi e la spiritualità cristiana.

    Giovanni Bonanno, critico d'arte, ordinario di Storia dell’arte all’Accademia Statale di Belle Arti, ha sottolineato la necessità di favorire nel clero, nelle facoltà teologiche, nei seminari, nelle comunità il bisogno di comprendere i linguaggi, la forza poetica, il senso spirituale, profetico, teologico dell’arte contemporanea. Ha ricordato le principali iniziative promosse in Sicilia per avvicinare l’espressione artistica del nostro tempo alla Chiesa. Tra queste Il Sacro nell’arte contemporanea del 1976, una rassegna che inaugura la riflessione su spiritualità e  contemporaneo, coinvolgendo 41 artisti fra cui De Chirico, Cagli, Vedova, Minguzzi, Migneco, Fazzini. L’iniziativa presentava una formula inedita: non si trattava d’arte sacra, ma dell’entità antropologica, della condizione umana, secondo la visione di pittori e scultori che ne esperimentano l’abisso.

    Mons. Liborio Palmeri, Presidente Fondazione Pasqua 2000, ha illustrato il progetto che presiede la costituzione di Di.Art a Trapani, una collezione di arti visive che rappresenta 22 nazioni, in parte collocata nel Palazzo del Seminario della Diocesi di Trapani, in parte nella nuova sede della ritrovata chiesa-oratorio di San Rocco, al centro storico di Trapani. Alla base di tale progetto sta il desiderio di mettere i giovani (e in particolare i seminaristi) a contatto con le istanze della contemporaneità attraverso le diverse espressioni artistiche: arti visive, cinema, teatro, letteratura, filosofia. L'idea di base è che le arti sono una forma di conoscenza necessaria alla teologia. Obiettivo dell’istituzione è alimentare il dialogo e il confronto tra la grande tradizione della Chiesa e il contesto culturale attuale con le luci e le ombre delle sue molteplici manifestazioni.

    Giuseppe Ingaglio, del Museo Diocesano di Piazza Armerina, ha illustrato le iniziative avviate nel corso dei dieci anni di attività dell’istituzione per avvicinare il pubblico all’arte contemporanea. Ha inoltre mostrato alcuni esempi di arte liturgica, ideati sulla base di un processo di sperimentazione condotto a stretto contatto con gli artisti.

    Don Valerio Pennasso, direttore Ufficio Nazionale BB.CC. CEI, ha illustrato ai presenti le nuove modalità che la Cei intende introdurre per la futura concessione di contributi ai musei che dovranno programmare la loro azione in stretto dialogo con archivi e biblioteche. Le consulte saranno i centri di raccordo e di programmazione congiunta per progetti triennali, da elaborare a livello territoriale.

     

    Conclusioni

    Nel corso dei lavori è emersa una progressiva presa di coscienza, da parte dei partecipanti, dell’urgenza del tema, solo apparentemente distante dagli obiettivi che i musei ecclesiastici si stanno ponendo nella loro attività quotidiana. Al contempo è risultata evidente la necessità di una formazione dei responsabili delle nostre istituzioni su tematiche ancora troppo poco frequentate. Si è quindi ipotizzato di attivare corsi di formazione, in collaborazione con la CEI, che forniscano nozioni di base e facciano conoscere le ‘buone pratiche’ che alcuni musei stanno già ponendo in essere. E’ stato comunque rilevata la necessità che ciascuno, personalmente, inizi ad avvicinarsi all’arte contemporanea, senza eccessivo timore di sbagliare o di esprimere giudizi errati: si tratta di intraprendere un percorso, anche soggettivo, che richiede tempi lunghi e grande disponibilità a mettersi in gioco.

    E’ risultato inoltre urgente fare chiarezza su alcuni termini, che spesso vengono usati senza che se ne condivida il significato. In particolare occorre riflettere sul significato che assume la parola ‘arte’ quando le viene associato un preciso aggettivo: sacra, religiosa, liturgica, devozionale, cristiana, cultuale …

    Nel corso del dibattito che ha concluso i lavori, si è chiarito che l’obiettivo del convegno non era tanto quello di spingere i musei ad occuparsi nell’immediato di arte contemporanea: per farlo, come si è detto, occorre disporre di competenze adeguate o valersi di collaboratori che abbiano tali competenze. L’obiettivo era piuttosto quello di far comprendere la ‘necessità’ di “essere del figli del proprio tempo”, di confrontarsi con i problemi della contemporaneità, guardando con fiducia al mondo che abbiamo davanti, familiarizzando con i linguaggi e l’estetica di oggi. Si è all’inizio di un cammino che il convegno ha voluto indicare; ora vanno individuate le successive tappe, la prima delle quali sarà la pubblicazione a breve degli Atti del convegno e l’organizzazione di corsi/incontri/scambi. Si ipotizza inoltre di organizzare un viaggio a Colonia per prendere visione del Kolumba, in modo da condividere giudizi, impressioni, emozioni.

     

    Negli allegati alcune tabelle di sintesi sulla partecipazione al convegno:

     Dati sul gradimento del convegno

     Sintesi dati sui partecipanti

    ...e in attesa degli atti

     Abstract relazioni

      Programma X Convegno AMEI


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